Resta in carcere il disagio psichico ‘pericoloso’

La riforma penitenziaria del 1975 segna una svolta storica, almeno per quanto riguarda i principi della legislazione sulla reclusione, poiché sostituisce definitivamente il regolamento carcerario fascista del 1931. Con questa riforma viene finalmente attuato un dettato costituzionale rimasto per molto tempo teorico. Si legge nella Costituzione, art. 27, terzo comma: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Principio basilare di questa concezione è che la pena deve essere tendenzialmente rieducativa, ovvero includere una serie di attività e interventi finalizzati al reinserimento sociale del detenuto.

La legge del ’75 attua, perlomeno sulla carta, il principio costituzionale poc’anzi ricordato. Essa afferma che al detenuto deve innanzitutto essere assicurato il lavoro, sia all’esterno che all’interno del carcere. Questo principio di ‘umanizzazione della pena’ fu applicato, in teoria, anche ai manicomi criminali che furono riformati e presero il nome di Ospedali Psichiatrici Giudiziari – Opg.

Gli Opg, strutture dipendenti dal Ministero della Giustizia per la parte relativa alla sicurezza e dalle ASL per ciò che concerne l’aspetto sanitario, attualmente sono sei (Napoli, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino e Castiglione delle Stiviere) e ospitano circa 1200 detenuti.

Dario Stefano Dell’Aquila, membro del Comitato Direttivo di Antigone – Associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, ed ex Presidente della stessa, polemizza: “la riforma del 1975 non ha affatto inciso sui manicomi giudiziari, ne ha semplicemente modificato il nome. Lo dimostra il fatto che, anche fisicamente le strutture sono rimaste le stesse (solo Napoli e Reggio Emilia sono stati trasferiti ma in anni recenti). Lo dimostrano le numerose testimonianze e interrogazioni parlamentari; ad esempio, non si è mai smesso di utilizzare i letti di contenzione e le celle di isolamento. E negli Opg abbiamo registrato in tutti questi anni decine di morti per suicidio o per malattie comuni. Direi, senza dubbio, che non vi è soluzione di discontinuità tra i manicomi criminali e gli Opg”.

Dagli anni Settanta sino agli anni 2000 non si è più sentito parlare di queste strutture; in molti hanno dato per scontato che avessero avuto la stessa sorte di tutti gli altri manicomi presenti sul territorio nazionale, chiusi con la legge Basaglia del 1978, che impose la dismissione dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. Ma gli Opg sono sempre rimasti nel ‘pieno delle loro funzioni’ e per anni sono stati completamente dimenticati anche dallo Stato e dalle Istituzioni. 

Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata della XVI legislatura, Presidente Onorario dell’Associazione Luca Coscioni, per la libertà di ricerca scientifica, e autrice del libro ‘Matti in Libertà – L’inganno della legge Basaglia‘ pubblicato da Editori Riuniti nel 2011, delinea le fattezze di queste strutture: “gli Opg erano e sono null’altro che prigioni dove sono detenute persone che hanno commesso reati e sono state dichiarate incapaci di intendere e di volere, non responsabili di quello che hanno fatto. Le condizioni in cui si trovano a vivere all’interno degli Opg sono spesso vergognose, come indecenti erano le condizioni in cui versavano molti manicomi. Ricordo che Domenico Modugno, quando era parlamentare radicale, andò a visitare il manicomio di Agrigento e documentò l’incredibile, allucinante situazione in cui quei malati-detenuti erano costretti a vivere: luoghi di sofferenza e dolore.
Oggi, nelle mie visite ispettive, ho riscontrato nel personale molta buona volontà, ma gli agenti di custodia per primi ammettono la loro inadeguatezza. D’altro canto, imparano sul campo, non ci sono corsi di specializzazione; fanno quello che possono, con i mezzi che hanno a disposizione. Il detenuto-malato non viene assistito e aiutato a superare il suo disagio mentale. Vegeta in una cella e basta: lontano dagli occhi, lontano dal cuore
”.

Nel 2008, a trentanni dalla legge Basaglia, alcuni membri del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, visitarono questi centri, ritenendoli non in linea con gli standard di qualsiasi paese civile. Di conseguenza, nel 2010 la Commissione parlamentale d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, guidata da Ignazio Marino, attuale Sindaco di Roma, effettuò ripetuti sopralluoghi a sorpresa nei sei Opg italiani, concludendo che in queste strutture erano state riscontrate «pratiche cliniche inadeguate e, in alcuni casi, lesive della dignità della persona».

Per lunghi anni, gli OPG sono rimasti in un cono d’ombradichiara Dell’Aquila – anche per quanti si occupavano di psichiatria o di carcere, convinti che la legge Basaglia avesse chiuso tutti i manicomi. Questa sorta di invisibilità, il carattere nominalmente ospedaliero di queste strutture, la condizione di silenzio sociale alla quale sono costretti i sofferenti psichici, l’assenza di una rete familiare, hanno fatto sì che la situazione degenerasse senza che nessuno si preoccupasse di denunciarla. Eppure, bastava entrare in un Opg (e qui parlo per esperienza) per sentire il tanfo di urina e per vedere l’abbandono completo nel quale versavano gli internati”.

Finalmente, nel febbraio 2012, arriva la svolta, il testo elaborato dalla Commissione parlamentare viene incluso nel decreto ‘Svuota carceri’ promosso da Paola Severino, ex Ministro della Giustizia e diventa legge, stabilendo la chiusura definitiva degli Opg a decorrere dal 31 marzo 2013. 

La chiusura di queste strutture, considerata il naturale compimento della ‘legge Basaglia’, è stata ben accolta da tutta l’opinione pubblica, anche se in molti si sono posti il problema di quale sarà la sorte di questi malati. “Un tratto di penna non basta – afferma l’ex Deputato Coscioni – la malattia e il disagio mentale non si curano per decreto. Però gli Opg vanno superati. Io non ho fatto parte della Commissione Marino che in modo particolare e specifico si è occupata della vicenda; non voglio dunque giudicare il lavoro degli altri miei colleghi. Ma ammettiamo per pura ipotesi che vi siano state iniziative improntate a faciloneria e demagogia. Ripeto: non lo credo, ma lo concedo: il problema di una situazione incivile e indegna, che va superata e sanata si pone ugualmente”.

Il decreto stabilisce che le Regioni realizzino centri per la detenzione degli internati pericolosi. Gli internati che si trovano in una condizione di cessata pericolosità sociale possono, sin da ora, se il magistrato di sorveglianza lo ritiene, rientrare nelle loro famiglie o essere affidati ai servizi. Gli altri dovrebbero essere trasferiti in mini-strutture residenziali regionali, costruite ad hoc, moderne, dotate dell’attrezzatura e del personale necessari «per garantire la tutela della salute e della dignità dei soggetti autori di reato e affetti da infermità mentale» come chiarito dall’allora Presidente della Commissione d’inchiesta sull’efficienza e l’efficacia del Servizio sanitario nazionale Ignazio Marino.

Purtroppo però, come spesso accade, le cose non sono andate esattamente come si sperava. Infatti, verso la fine del 2012 alcune delle Regioni interessate non avevano ancora richiesto i fondi per la costruzione di queste nuove strutture di assistenza; il Governo Monti allora, ha promulgato il decreto legge del 26 marzo scorso, intitolato ‘Disposizioni in materia sanitaria‘ che ha prorogato ad aprile 2014 la chiusura ufficiale degli Opg. Il decreto, convertito in legge dal Parlamento lo scorso maggio, risulta essere il secondo rinvio da quanto è stata disposta la dismissione di queste strutture. Infatti, la chiusura degli Opg era stabilita, inizialmente, per gennaio 2012, poi per marzo 2013 e ora si auspica che avvenga ad aprile 2014: “Ho molti timori sui tempi di dismissione di queste strutture – polemizza Dell’Aquila – ma spero che dopo il clamore su questa vicenda, che ha visto esprimersi le più alte cariche dello Stato, non si possa tornare indietro. Sono preoccupato perché credo che l’operazione di costruzione di nuove strutture richiederà molti anni e, come dicevo, rischia di non essere la soluzione giusta”.

Onorevole Coscioni, crede che si arriverà davvero alla chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari o, come spesso accade in Italia, tutto rimarrà immutato fino al prossimo scandalo?

Io auspico che si arrivi alla loro chiusura e contestualmente si realizzino nelle regioni realtà simili a quella già operante a Castiglione delle Stiviere, una struttura senza sbarre, con personale qualificato, pazienti che vengono effettivamente assistiti e curati. Per essere chiari: si sta parlando tutto sommato di poche migliaia di persone, e comunque molti dei detenuti negli Opg si trovano lì semplicemente perché lì sono stati parcheggiati, ma in realtà hanno commesso reati irrisori e non sono pericolosi, dal punto di vista psichiatrico, né a loro stessi, né agli altri. Che un Paese come il nostro non sia in grado di assisterli adeguatamente è da una parte incredibile, dall’altra vergognoso.

Di tutt’altro avviso diversi esponenti della politica e non solo, che considerano la chiusura di queste strutture una soluzione quantomeno semplicistica; temono che i nuovi centri di ricovero, che devono ancora essere costruiti, diventino sostanzialmente dei mini Opg. È opinione di alcuni ritenere più opportuno un risanamento degli Opg per portarli ad essere delle strutture adeguate alla riabilitazione mentale e all’avanguardia secondo gli standard di un Paese moderno e civile come l’Italia dovrebbe essere. Dario Stefano Dell’Aquila non è della stessa opinione: “Il tema non è semplicemente la chiusura – afferma l’ex Presidente di Antigone – ma il superamento dei meccanismi di internamento manicomiale che comportano, sempre, violenza e abbandono. In questo senso, sono d’accordo, anche io temo che non sia sufficiente chiudere queste strutture. Quelle con oltre 300 pazienti (con pochissimo personale medico), non hanno alcuna possibilità di essere riformate e sono inadeguate ad una reale presa in carico della sofferenza psichica. Servono unicamente a contente il disagio. Noi non dobbiamo inventarci nulla, dobbiamo semplicemente far funzionare i cardini della riforma Basaglia, potenziare i servizi di salute mentale territoriale e costruire modelli che puntino all’inclusione e non alla esclusione di chi ha un disagio mentale. La tutela della sicurezza pubblica – conclude Dell’Aquila – non è affatto in contrasto con il diritto alla cura, costituzionalmente garantito, del sofferente psichico”.

Pare quindi che la sorte degli Opg sia definitivamente segnata e che i malati-detenuti in questi ospedali-carceri dovrebbero essere dimessi entro il prossimo aprile 2014. Le Regioni dovranno quindi prendere, in tempi brevi, tutte le misure previste per garantire a questi infermi delle strutture adeguate alla riabilitazione mentale che gli garantiscano una vita il più possibile decorosa. Ma non dimentichiamo che, in questo Paese, si sono ignorate per oltre trentanni strutture fatiscenti in cui risiedevano e ad oggi risiedono persone con gravi patologie psichiche, abbandonate a se stesse. Questo stesso Paese sarà in grado di garantire loro una nuova vita, ma soprattutto verranno trovati i fondi per costruire queste nuove strutture di ricovero? Oppure si compirà la classica operazione mediatica di salvaguardia delle apparenze chiudendo semplicemente i vecchi Opg senza adottare alcuna misura successiva? “Lei parla di strutture adeguate alla riabilitazione mentale – afferma Maria Antonietta Farina Coscioni – è proprio quello che occorrerebbe predisporre, e che temo non verrà assicurato. Le Regioni sostengono di non avere i mezzi necessari.. Confesso che non sono molto ottimista – conclude l’onorevoleabolire gli Opg è giusto, abbandonare i malati e le loro famiglie a loro stessi, no. Ma temo fortemente che questo accadrà”.

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