Radicali, storia di un confronto negato

È questo, lo stato d’animo della collega Bindi? Se è così, se prova uno stato più o meno di vergogna per il fatto che nove radicali sono stati eletti in parlamento, mi chiedo che tormenti debba e possa patire al pensiero che il gruppo del Pd, a inizio legislatura, era partito con 220 deputati e ora sono 205… Mi chiedo i tormenti pensando a Paola Binetti o ad Antonio Gaglione, voluti e vezzeggiati, e che poi si sono comportati come sappiamo.

E se noi radicali, per decisioni che lealmente assumiamo a viso aperto, rivendicando un’autonomia che ci era stata riconosciuta fin dall’inizio, in quanto “delegazione” nel Pd, provochiamo “umiliazione”, che cosa provocano i due deputati nominati dal Pd e i quattro nominati da Di Pietro e poi passati tra le fila governative? Non ricordo di aver sentito né sussurri né grida indignate, solo nel caso dei radicali Bindi si sente umiliata?

Ricordo, innanzitutto a me stessa, che in poche ore, la collega Bindi ha sostenuto che i radicali hanno umiliato lei e il Pd; che dal Pd sono fuori; che comunque dal Pd vanno cacciati; e comunque è stato un errore candidare i radicali nelle liste del Pd. E infine ci ha qualificato con un il grazioso epiteto di «stronzi».

Ricordo sempre a me stessa che sono stati quegli «stronzi» organizzati nelle liste della Rosa nel Pugno a conquistare la vittoria al centro-sinistra che ha consentito a Romano Prodi di diventare presidente del consiglio. Quella volta non c’è stato, evidentemente, nulla di umiliante.

Si potrebbero ricordare i veri e propri diktat imposti ai radicali, negando la possibilità a Marco Pannella e a Sergio D’Elia di essere candidati in quota radicale, un no che replicava il precedente verboten a Luca Coscioni. Mi chiedo quali sarebbero le «manovre ricattatorie alla ricerca di consenso» che avremmo posto in essere, noi che abbiamo sempre detto quello che facciamo, e cerchiamo di fare quello che diciamo.

Però anche recentemente non sono stati i radicali a sfiduciare di fatto il direttivo del gruppo del Pd costringendolo a rivedere la posizione precedentemente assunta su un disegno di legge quale quello della delega al governo in materia di sperimentazione clinica, e per la riforma degli ordini delle professioni sanitarie; il direttivo aveva deciso di votare contro, ed è stata la collega Bindi a imporre la convocazione di una riunione lampo dell’assemblea del gruppo, perché l’originario voto contrario si trasformasse in voto di astensione.

Da mesi chiediamo in ogni sede, la possibilità di avviare un confronto leale e a tutto campo con il Pd; questo confronto, promesso, nei fatti è sempre stato negato. E ora ci si lamenta se abbiamo assunto una decisione in autonomia? Capisco che si sarebbe preferita una obbedienza cieca e assoluta, ma se questo si vuole e si desidera, lo si chieda ad altri, non ai radicali.

Ad ogni modo, al di là degli umori che possono percorrere e agitare il Pd, al di là delle decisioni che potrà assumere il gruppo dirigente del Pd, partito e gruppo, nei nostri confronti, e dei radicali in genere, sarebbe auspicabile e certamente utile una profonda riflessione a tutto campo. Per esempio sulla forma partito e la sua organizzazione; sulle prerogative e i diritti del parlamentare, dell’iscritto, del militante; e, naturalmente, se si vuole, sulle questioni che il gesto “clamoroso” di defezione dal voto sul caso Romano ha posto in luce: carcere, ma soprattutto giustizia e informazione.

Potrebbe essere un banco di prova utile per tutti. Per i cittadini, per i radicali e per il Pd; l’occasione, finalmente, per parlare, discutere, confrontarsi (e anche polemizzare), di Politica. Sono disposti Bindi e il Pd a ripercorrere, come i radicali sono disposti, senza reticenze, la storia di questi ultimi anni? La storia dei tanti referendum scippati, delle candidature impedite, delle esclusioni e delle inclusioni.

Insomma, una bella riflessione e un bel dibattito sulla nostra storia di questi anni, il come, il quando, il perché. Si avrà la forza, la capacità, l’intelligenza?

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