Più ricerca e più umanità

Tre settimane fa se n’è andato Gianni Bonadonna, un grande medico e un ricercatore di fama mondiale che ha dato un forte contributo nella lotta ai tumori. Bonadonna però era diverso da tanti suoi colleghi, perché metteva in primo piano non il paziente, non il malato, bensì la persona.  La sua scelta di praticare la Medicina umanistica ebbe poi un grande impulso dopo aver subito un ictus, vivendo la malattia dall’altra parte della barricata. Da quel momento cambia totalmente il suo modo di lavorare, mette in discussione se stesso e “il medico dei protocolli, della statistica applicata alla cura dei tumori, un ragionatore apparentemente freddo e distaccato”. E individua i limiti della medicina che si fonda in prevalenza sui dati di laboratorio. 

Oggi che si celebra la Notte della Ricerca, giunta al decimo anno, mi è venuto proprio in mente Bonadonna, perché la sua visione della professione stenta molto a farsi strada tra i medici e i ricercatori. I quali appunto si fanno scudo dei protocolli, delle linee guida, del risultati di laboratorio e non vanno oltre, dimenticando il malato.

Di questo aspetto forse oggi pomeriggio si discuterà alla Camera (a Roma, in via del Seminario) nel convegno organizzato dall’Istituto Luca Coscioni, fondato da Maria Antonietta Farina Coscioni, struttura diversa dall’omonima Associazione, nata parecchi anni fa. Ma al di là dell’appuntamento, questo aspetto – la centralità della persona – dovrebbe essere affrontato nei tanti appuntamenti odierni, insieme agli altri, più tradizionali, che riguardano la ricerca. Come ad esempio la questione dei finanziamenti. 
Sempre molto risicati. 

Tuttavia non credo che investire poco in ricerca sia conseguenza della indifferenza e/o dell’ignoranza della classe politica. In realtà si investe poco su tutto o quasi. Pensiamo al nostro patrimonio artistico, ai beni culturali che sono una delle ricchezze maggiori dell’Italia: bene, investiamo lo 0,19 per cento nella cultura. Infinitamente meno rispetto alla ricerca che, se non sbaglio, ottiene più dell’uno per cento. Sempre poco rispetto a quello che spendono gli altri paesi. Così come è un luogo comune il disinteresse della collettività: mai come in questi ultimi anni si è assistito ad un moltiplicarsi di appuntamenti, di incontri, di festival scientifici; e poi basta vedere l’attenzione dei mass media nei confronti della scienza. 

Perciò la riflessione dovrebbe andare oltre, perché se è vero che la scienza ci da certezze va ricordato che queste vengono precedute dalle incertezze che rappresentano “la sorgente prima della crescita della conoscenza”, come scriveva il fisico Carlo Rovelli su MicroMega di qualche mese fa. Secondo me è in questa linea di confine molto sottile che si dispiega il meglio del lavoro del ricercatore. E qui sta il limite, sempre a mio parere, della ricerca italiana che di fronte alle presunte scoperte, sempre discutibili, spesso fasulle, si chiude dentro ciò che è assodato. Questo lo vediamo soprattutto nella medicina, una scienza non esatta, il miglior terreno da scavare per fare nuove scoperte utili per contrastare le vecchie e le nuove malattie che affliggono l’umanità. Proprio grazie a intuizioni sono arrivati grandi progressi medici, per merito di ricercatori che hanno portato carte nuove, che hanno infranto le regole, che sono stati trattati come visionari dall’establishment scientifico. 

Tornando gli insegnamenti di Bonadonna, anche i ricercatori dovrebbero essere più aperti, più disponibili, più attenti alle richieste dei malati e soprattutto dei genitori di bambini gravi e senza cure disponibili. A queste persone – come è avvenuto nel caso Stamina che è stato visto soltanto come una truffa e che si è concluso con il patteggiamento giudiziario dei maggiori responsabili, di fronte alla legge – è stata negata ogni speranza. Non quella che poteva rappresentare Stamina, bensì proprio quella che poteva venire dai veri laboratori, dai veri ricercatori. Però, come ricordava appunto Bonadonna, se c’è questo distacco non bisogna poi sorprendersi se le persone non si fidano più della scienza ufficiale e si rivolgono ad altri, che promettono, che fanno credere, che illudono.  

Come sosteneva Bonadonna, si deve prestare la massima attenzione al dolore, alla sofferenza, dei malati e dei loro cari. A queste persone non si può, non si deve sbattere la porta in faccia, perché così facendo non solo si dimostra scarsa sensibilità, ma che è importante soltanto ciò che avviene, appunto, in laboratorio. La ricerca, se vuole ottenere più consenso, deve far vedere sempre di più il suo volto umano.

guglielmpepe@gmail.com

@pepe_guglielmo (Twitter)

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