Ogm vietati, se l`Italia rinuncia alla scienza

Un agricoltore friulano, Giorgio Fidenato, da tempo sta portando avanti una battaglia: vuole coltivare una varietà di mais ogm, il Mon 810, resistente ad alcune specie dilepidotterei (ma anche coleotteri e ditteli), tra cui la piralide, un insetto minatore. Questo insetto minatore danneggia seriamenteil mais, perché scava delle gallerie nelle pannocchie.

Questa varietà è usata da vent`anni in molte parti del mondo e funziona: non fa male, come centinaia di studi illustrano. E quindi Fidenato, alla luce dei risultati sul campo, sostiene che questo mais gli permetterebbe di usare meno agrofarmaci (è difficile trattare la piralide) e dunque di risparmiare un bel po` di soldi. Quindi, anche se molte associazioni ambientaliste si oppongono senza se e senza ma agli Ogm, stiamo parlando, paradossalmente, di piante «biologiche» che dovrebbero piacere a tutti quelli che auspicano un agricoltura più sostenibile: meno agrofarmaci, meno trattamenti, più qualità. Qual è allora il problema? In Italia è vietato coltivare ogm, ed è vietato anche sperimentare in campo. Ci troviamo dunque in un classico vicolo cieco. Da una parte ci sono delle piante potenzialmente utili ma che andrebbero sperimentate in campo, dall`altra parte ci sono due decreti (Pecoraro Scanio e Alemanno) che vietano, appunto, la coltivazione e la sperimentazione in campo.

Per condurre la sua battaglia, l`agricoltore ha impugnato un decreto del governo che vietava, appunto, la coltivazione di mais ogm. Tuttavia, dopo il Tar, anche il Consiglio di Stato – è notizia di ieri – ha respinto il ricorso: quindi, per il momento, Fidenato ha perso la sua battaglia. Purtroppo è molto difficile affrontare la discussione su questi famigerati Ogm senza inferocirsi e senza dividersi tra pro e contro; e davvero non si capisce perché questa tecnica di miglioramento genetico sia così malvista. Oggi la parola d`ordine in agricoltura, e non solo, è sostenibilità. La rivoluzione verde ha portato sulle nostre tavole l`abbondanza – solo 70 anni fa l`Italia era un paese mal nutrito – però nel conto della rivoluzione verde vanno sì annoverati i tanti benefici, ma anche qualche costo: troppi agrofarmaci, troppi erbicidi. Come possiamo fare, dunque, per mantenere la stessa produzione e la stessa qualità (il nostro cibo è molto buono e la qualità odierna è nettamente superiore a quella di un tempo)?

Non esiste una soluzione, ma tante soluzioni che vanno sperimentate caso per caso. Oltre alle tecniche agronomiche, come la lotta biologica integrata (si combattono gli insetti dannosi con altri insetti) o l`agricoltura di precisione (si calcola esattamente quello di cui la pianta ha bisogno, per risparmiare trattamenti e relativi costi), esiste – e da millenni – il miglioramento genetico, cioè «corazzare» la pianta di modo che essa stessa sia capace di difendersi dagli insetti o dai patogeni, ma anche da altri stress come la salinità o la siccità. Per «corazzare» la pianta dobbiamo trovare i geni che favoriscono le resistenze e usarli. Ci sono varie tecniche per spostare i geni e le usiamo, appunto, da millenni, spesso a casaccio e in maniera imprecisa.

Gli ogm invece vengono prodotti con un tecnica, il Dna ricombinante, che consente di spostare solo quel gene o quei geni utili. Siccome rispetto a un tempo conosciamo meglio il Dna e sempre meglio lo conosceremo, possiamo individuare il gene utile perché produce resistenze o altro e trasferirlo in altre piante (della stessa specie o di altre specie). Rispetto alle tecniche tradizionali (i geni si spostano e si modificano comunque) questa è più precisa e più controllabile. Ora, l`Italia è all`avanguardia nell`uso di queste tecniche di miglioramento: negli anni abbiamo prodotto un pomodoro san Marzano resistente al virus, una varietà di mela renetta resistente a un coleottero e tante altre colture, come una linea di pesco resistente a un virus o un kiwi resistente ai batteri. Per non parlare di alcune piante resistente alla salinità. Chi ha costruito queste piante? I nostri genetisti pubblici. Ripeto, la ricerca pubblica si è occupata di migliorare i nostri prodotti tipici, perché anche i prodotti tipici devono essere protetti: non è che se hanno la carta d`identità italiana sono di per sé resistenti.

Abbiamo giovani biotecnologici di ottima fattura, bravi, richiesti in tutto il mondo e tuttavia non possono lavorare, perché su questa tecnica, appunto il Dna ricombinante, pesa un immaginario falso e pieno di pregiudizi. In tanti ci chiediamo: ma è mai possibile che in un epoca di continua innovazione e di conoscenza come la nostra, non si riesce a trovare una forza politica capace di farsi carico di questo problema e giungere a un accordo costruttivo? La ricerca pubblica deve ricominciare a lavorare. Le piante si devono provare, testare, vagliare sul campo: se noi lo impediamo con continuino, spesso del tutto irrazionali, come potrà il nostro Paese mantenere il passo? Se altri hanno lo smarphone, perché noi dobbiamo usare ancora il telegrafo?

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