Non lasciamoli mai più da soli

“Questo è un messaggio in bottiglia che spero il ministro Beatrice Lorenzin raccolga. Accade spesso di dare una frettolosa occhiata a un titolo di cronaca, mentre si sfoglia un giornale: “Gallipoli: Pensionato uccide il figlio disabile”. Poveretti, pensiamo; e poi si passa ad altro…Invece no: restiamoci in quella pagina, leggiamolo quell’articolo. Il figlio disabile ha 39 anni, è preda di gravi disagi psichici, una depressione da cui non sa uscire, e che anzi lo sprofonda sempre più in un gorgo senza fondo; e il padre, 75 anni, da poco vedovo, che non regge più la situazione, e un mite pomeriggio autunnale, uccide il figlio con quattro colpi di rivoltella. Poi, calmo, una terribile calma, telefona ai carabinieri, e dice solo quattro parole: “Ho ammazzato mio figlio”.

Altro titolo, una settimana prima. A Suzzara, nel mantovano, titola il giornale locale, si consuma un “dramma della disperazione”. Un altro pensionato, di 88 anni, si impicca al balcone della propria abitazione. Prima di farla finita uccide il figlio cinquantenne, disabile, affetto, si legge nella cronaca, da “grave patologia invalidante”, lo teneva in vita un apparecchio respiratorio; i carabinieri, quando irrompono nell’appartamento trovano l’apparecchio scollegato.

Episodi isolati? Al contrario, più numerosi di quanto si possa credere. Accade spesso che il “carico” di un figlio o di un congiunto disabile, la sofferenza che cresce, trasformino il disagio in un pensiero fisso, ossessivo, e si cerchi una “liberazione” estrema come dare e darsi la morte.

A San Fele, vicino Potenza, mesi fa, per esempio, i carabinieri si sono trovati davanti a una vera e propria strage: quattro morti, un uomo, V.; sua moglie M.; e i suoi due figli. L. e C.; uno dei due ragazzi, L., 32 anni, è disabile. Poi la storia è stata ricostruita: il padre non riesce più a gestire il dolore per quella situazione, spara a tutti, infine si toglie la vita.

Storie di disperazione, come quella che ha per protagonista-vittima un ragazzo di 23 anni, disabile dalla nascita e gravi difficoltà motorie e psichiche: sgozzato dalla madre, che a sua volta cerca di uccidersi. E ancora: l’uomo che accoltella la sorella costretta su una sedia a rotelle uccidendola dopo averle messo un sacchetto di plastica in testa, poi si lancia dal balcone al sesto piano. In questo caso è la donna ad aver chiesto al fratello di porre fine alla sua vita, viene trovata una lettera nella quale la vittima scrive di avere implorato il fratello di eliminarla perché non ce la fa più.

Solitudine e disperazione “vincono” tante volte; tante volte l’angoscia per situazioni che non si sa più come controllare e gestire trasformano persone “normali” in assassini: perché la morte diventa l’unica soluzione per un dolore senza speranza. Quasi sempre si tratta di genitori in età avanzata ossessionati dal pensiero di “lasciare” figli incapaci di provvedere a sé, da soli: senza aiuto, assistenza e cura adeguata; e preferiscono farla finita. Persone sole, colpevolmente lasciate sole. Si tratta di delitti, ma i loro autori possono essere davvero definiti ed essere ritenuti “assassini”? Quelle morti non sono il frutto di disperazione e solitudine nelle quali quelle persone sono lasciate? Le istituzioni, quelle locali (comuni, regioni), ma anche quelle nazionali, non devono farsi carico di queste situazioni, di queste disperazioni, di queste solitudini?

Quello dei disabili, delle loro famiglie, è un problema enorme che viene taciuto, sembra non interessare. Qualcuno ricorderà il caso di un famoso attore che “dilapidava” la sua indubbia bravura il filmetti usa-e-getta; e alla domanda del perché lo faceva, immancabile la risposta: “Ho bisogno di denaro, di tutto il denaro possibile, per garantire a mio figlio l’assistenza di cui ha bisogno, quando non ci sarò più”; per quel figlio ha sacrificato il suo talento di prima grandezza.

Storia amara anche quella, ma quell’attore almeno quella scelta – che pure gli dev’essere molto costata – ha potuto farla. Gli “assassini”-vittime come quelli dell’articolo distrattamente letto, no: quella scelta, molte volte, non possono farla. Troppe volte, voglio ripeterlo, vengono lasciati soli, preda del loro dolore, della loro angosce, delle loro paure.

Ministro Beatrice Lorenzin, di questo vorrei poterle parlare, e ascoltarla.

 

Maria Antonietta Farina Coscioni

Istituto Luca Coscioni

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