Matti in libertà – Intervista a Maria Antonietta Farina Coscioni

Dimenticati da tutti e costretti a vivere in strutture fatiscenti, circondati da agenti penitenziari, invece che da esperti medici e infermieri professionali. Ecco le disumane condizioni cui sono sottoposti gli internati degli ospedali psichiatrici giudiziari così come emergono dal viaggio inchiesta della deputata Maria Antonietta Farina Coscioni.

“Dal corpo del malato al cuore della politica”, l’identità dell’associazione Luca Coscioni di cui Maria Antonietta è presidente onorario fa riferimento ad una politica che non è l’arte del potere fine a se stesso, non affida il proprio futuro alla volontà di altri, spesso al cinismo di poche elite dominanti, ma è progetto di vita individuale e collettivo, è speranza nella libertà di ricerca scientifica, è capacità di fornire a ognuno di noi gli strumenti per controllare e verificare quotidianamente l’operato di chi fa le leggi e di chi ci governa. Il libroMatti in libertà, l’inganno della “Legge Basaglia” di Maria Antonietta Farina Coscioni, con vignette e postfazione di Sergio Staino, narra storie individuali ma affronta, anche sul piano dell’evoluzione storica, una realtà rimasta completamente esclusa dalla cosiddetta “legge Basaglia” del 1978, quella degli ospedali psichiatrici giudiziari. Ospedali solo nel nome, ma in realtà strutture penitenziarie gestite dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia.

Il libro, pubblicato da Editori riuniti l’estate scorsa, è oggi più che mai attuale. La denuncia delle realtà degli Opg chiama in causa non tanto e non necessariamente i limiti gestionali degli operatori quanto, piuttosto, il vuoto della politica. E’ proprio di due mesi fa l’approvazione del decreto svuotacarceri che all’articolo 3ter prevede entro il 31 marzo del 2013 la fine dell’internamento negli Opg e l’affidamento delle misure di custodia all’interno di strutture sanitarie. Tuttavia già un decreto di Prodi dell’aprile 2008 indicava modalità e criteri di territorializzazione e regionalizzazione per il trasferimento delle competenze sanitarie dei rapporti di lavoro, delle risorse e delle attrezzature dalla sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale. 

Se ne parlerà in una presentazione pubblica, organizzata dalla cellula Coscioni di Pisa in collaborazione con il centro Poliedro e la libreria Roma e con il patrocinio del Comune di Pontedera, venerdì 13 aprile alle ore 21 presso il centro Poliedro, in piazza Berlinguer a Pontedera e moderata dal giornalista Paolo Daddi con il direttore di uno dei sei ospedali psichiatrici giudiziari, l’unico in Toscana, a Montelupo Fiorentino, lo psichiatra Franco Scarpa, il deputato Paolo Fontanelli, la psichiatra, psicoterapeuta e ricercatrice, Antonella Garofalo, e l’autrice Maria Antonietta Farina Coscioni, che ci anticiperà i temi dell’iniziativa.

Maria Antonietta, nel tuo libro denunciavi un eccesso di discrezionalità affidata ai giudici, ma ora quali saranno gli strumenti di controllo e di garanzia per i malati visto che la nuova norma oltre a fissare una data non entra nel merito della relazione tra magistratura e servizi psichiatrici e non muta il concetto di pericolosità sociale?
Il rischio è lo stesso che aveva individuato Basaglia all’indomani dell’approvazione della legge che porta il suo nome ma che non ha nulla a che vedere con lui.

Quale?
Come diceva Basaglia gli interventi terapeutici che dovrebbero avvenire in ambito sociale sono interventi sul territorio con strutture non ghettizzanti mentre, cito le sue parole all’indomani dell’approvazione della legge 180 riportate anche nel mio libro, “negli ospedali ci sarà sempre il pericolo dei reparti speciali, del perpetuarsi di una visione segregante ed emarginante”.

Il sottotitolo del tuo libro è appunto “l’inganno della ‘legge Basaglia’”…
Sì, il libro voleva spiegare che la legge 180 è stata approvata a tempo record con il principale obiettivo di evitare il referendum radicale tralasciando totalmente gli strumenti di realizzazione della riforma e che la realtà degli ospedali psichiatrici giudiziari è rimasta uguale a prima.

Mentre nella nuova normativa contenuta nel decreto svuotacarceri?
Con le nuove strutture che dovrebbero sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari potranno migliorare le condizioni di permanenza ma sono applicate le stesse misure di sicurezza del ricovero in o.p.g. Il punto è che non si affronta  il problema fondamentale che è quello terapeutico della riabilitazione e del reinserimento delle persone di cui è scemata la pericolosità sociale. Se sul territorio non trovano strutture di accoglienza, quei pazienti non possono comunque essere dimessi, il magistrato proroga la misura di sicurezza e si configura quello che viene chiamato “ergastolo bianco”. Il rischio è che si creino quelle strutture ghettizzanti di cui parlava Basaglia a proposito della legge 180.

Strutture ibride ma che in fondo rimangono sempre più di detenzione che di cura. Alcuni pazienti sono ritenuti pronti dagli esperti per un percorso di reinserimento che il magistrato deve negare perché sul territorio non ci sono strutture capaci di accoglierli…
Non solo. Le norme relative alla imputabilità e alla non imputabilità rimangono assolutamente inalterate. Occorreva mettere mano agli articoli del codice penale.

In che modo?
Era stato fatto un ottimo lavoro la scorsa legislatura dalla commissione presieduta da Pisapia. E’ assurdo prevedere, come è attualmente, l’ingresso in o.p.g. per chi ha fatto uso di sostanze stupefacenti o abusi di alcool.

Dovrebbero essere assolutamente imputabili, visto che non erano capaci di intendere per la volontaria assunzione di stupefacenti…
Ci sono stati molti casi di questo tipo con persone che commettono un reato sotto uso di stupefacenti. In questo modo non c’è certezza della pena.

In appendice del tuo libro hai inserito il discorso di Marco Pannella alla Camera dei deputati in occasione dell’approvazione della “legge Basaglia” che denuncia il “tentativo strumentale di varare una legge che pur contenendo apprezzabili aspetti innovativi non si preoccupa di garantire la sua applicazione”. Siamo di fronte all’ennesima norma manifesto in cui si individua un obiettivo condivisibile, ma non si creano gli strumenti adeguati per realizzarlo?
A parte il fatto che la nuova normativa fissa dei termini perentori e il primo, il 31 marzo 2012, è gia stato disatteso. Entro quella data si sarebbe dovuto emanare un decreto  da parte del Ministero della Salute di concerto con il ministero della Giustizia e d’intesa con la conferenza Stato-Regioni. Il rischio è che si perfezioni ulteriormente l’inganno di una riforma-manifesto che non si sa come sostanziare, non essendoci finora state le energie, i mezzi, le risorse, il personale. Si tratta di ineludibili questioni chiave che non possono e non devono essere ulteriormente eluse. Ed è quanto ho chiesto al Governo con un’interrogazione urgente.

Enrico Stampacchia
www.enricostampacchia.blogspot.com

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