Maria A. Coscioni: le sfide etiche 2007

L’eutanasia? «E’ un diritto». I Pacs? «Servono leggi laiche». E poi: la fecondazione e il testamento biologico, le mosse del Vaticano e le debolezze del centrosinistra… La donna che nell’ultimo anno ha vissuto da vicino due drammi capaci di dividere il Paese (quelli di suo marito Luca e di Piergiorgio Welby) racconta le battaglie che i radicali si preparano a combattere nel 2007. Lanciando un appello al governo. Che ci riguarda tutti

Il proposito per l’anno nuovo l’hanno appeso al muro, scritto a caratteri cubitali: «Per un 2007 di lotte e conquiste umane e civili». Come il diritto del malato a porre fine alle cure mediche e alla sua stessa vita, come la possibilità di fare ricerca sulle cellule staminali embrionali, come il riconoscimento giuridico delle unioni civili. Questioni che negli ultimi mesi hanno occupato la scena politica, infiammando i conflitti tra cattolici e laici, e che in quelli a venire inevitabilmente continueranno a far discutere il Paese e il Parlamento alla ricerca di una soluzione legislativa. I Radicali, da sempre in trincea sui temi etici, sono pronti a dare battaglia. E in prima linea c’è lei, Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente del partito e simbolo delle lotte per la libertà di scelta combattute al fianco del marito Luca prima e di Piergiorgio Welby poi: «L’Italia deve dotarsi di norme laiche, perciò è necessario stabilire tempi certi di discussione delle proposte di legge sui temi eticamente sensibili». L’elenco delle priorità radicali è già pronto, roba da far impallidire teo-con e teo-dem: revisione della legge 40 sulla fecondazione assistita, introduzione dei Pacs, ma soprattutto approvazione del testamento biologico e legalizzazione dell’eutanasia.

LA MORTE IN PIAZZA

È stato un anno difficile, per Maria Antonietta. Il primo senza Luca, scomparso il 20 febbraio dopo una lunghissima battaglia contro la malattia (la sclerosi laterale amiotrofica) e per la libertà di ricerca scientifica, attraverso l’Associazione che porta il suo nome: «In quest’ultimo periodo l’ho sentito particolarmente vicino: le frasi che Piergiorgio ha detto alla moglie Mina prima di morire sono le stesse che lui disse a me». Quella notte, quando il respiratore di Welby è stato staccato, Maria Antonietta non ha voluto essere presente: «Ero emotivamente troppo scossa. La cosa più difficile da sopportare è il dolore del distacco fisico e rivivere quella sensazione così violenta e incontrollabile…». Si ferma, riprende fiato: «Ho sentito politici e preti dire che intorno a Piergiorgio non c’era un clima di amore e speranza, quasi rimproverassero alla famiglia di non esser stata capace di fargli cambiare idea. Questa presunzione è una cosa terribile che ho subito anch’io». Certo, la scelta di mettere in piazza la sofferenza di un uomo, rendendone pubblica la morte con tanto di conferenza stampa, non poteva che suscitare polemiche, con i ministri Mastella e Bindi e la ruiniana Binetti ad accusare i Radicali di aver strumentalizzato la vicenda di Welby. «La volontà di decidere della propria vita è un diritto», replica lei: «E poi Piergiorgio, come Luca, era un leader radicale che ha scelto questo partito per rompere l’isolamento delle mura domestiche. Semmai sono i Radicali ad essere stati strumentalizzati».

Lo scontro è appena cominciato. Perché se la vicenda di Welby ha convinto molti, a cominciare dal Presidente Napolitano, della necessità di un confronto parlamentare per riempire il vuoto normativo, altri ritengono che la politica debba restarne fuori perché «la legge è lo strumento peggiore da utilizzare quando sono in gioco questioni che investono la vita e la morte», come ha scritto l’Avvenire. Una teoria che la Coscioni rifiuta: «Questi sono temi politici che non possono essere segregati nelle coscienze. La politica se ne deve occupare anche per tutelare i più deboli, quelli che non hanno soldi per andare all’estero a morire senza sofferenza. Pure io penso che in Italia sia meglio una legge in meno che una in più e infatti noi vogliamo leggi nuove che sostituiscano quelle fasciste ancora in vigore in materia penale». Altra tesi che non la convince, quella del Paese diviso e tormentato: una rappresentazione «utile a non sconvolgere certi equilibri. In realtà la società civile è molto più avanti della classe politica, anche quando si parla di eutanasia».

Una parola scomoda sia a destra che a sinistra (pure Prodi si è detto contrario), come dimostra la bocciatura alla Camera della richiesta di un’indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina. I Radicali insisteranno, sollecitando anche la calendarizzazione delle proposte di legge sulla «dolce morte»: «Vogliamo legalizzare e regolamentare l’eutanasia, come avviene in Belgio e in Olanda. La questione di diritto non risolta è quella della persona come soggetto responsabile della propria vita e della propria morte. È assurdo che il confine tra legalità e illegalità sia segnato dalla dose di sedazione terminale». Parlando così, la Coscioni rischia di confermare i timori di quanti vedono nel testamento biologico, di cui si discute in Senato, una sorta di «cavallo di troia» per arrivare all’eutanasia. E rischia di terremotare una maggioranza faticosamente impegnata a produrre un testo che metta d’accordo cattolici e laici. I Radicali fanno infatti sapere che il loro è un «sì» condizionato: per servire davvero a qualcosa, la legge sul testamento biologico «dovrà contenere il vincolo per il medico a rispettare la volontà della persona, dovrà essere valida nei casi di urgenza e pericolo di vita e, soprattutto, dovrà comprendere fra i trattamenti sanitari rifiutabili anche l’alimentazione e l’idratazione artificiale». Lei stessa ammette che non sarà facile, «ci sarà un duro scontro coi politici moralisti, difensori della vita a tutti i costi, genuflessi agli ordini delle gerarchie ecclesiastiche». E se tutto finirà per aria, pazienza: «Senza quei contenuti, meglio non fare nulla».

Altro tasto dolente, i Pacs; al solo parlarne il centrosinistra entra in fibrillazione. Malgrado vari mal di pancia, il governo varerà un disegno di legge per il riconoscimento dei diritti delle unioni civili, ma Prodi ha specificato che tutto avverrà «nei limiti e confini definiti nel programma». Considerando che, ai tempi della stesura del tomo, proprio quel capitolo fu bocciato dalla Rosa nel Pugno, lo scontro sembra destinato a riaccendersi. Perciò la Coscioni lancia un appello: «Sulle coppie di fatto chiediamo al premier di essere più coraggioso. La questione è se nel nostro Paese possa essere consentito un confronto aperto su questo tema, senza propagande integraliste alla Binetti. Le coppie di fatto sono una realtà che le istituzioni non possono ignorare e che bisogna regolamentare in senso liberale e laico». Intanto la Chiesa continua a tuonare contro il tentativo di sradicare la famiglia e mobilita i cattolici, come per la legge sulla fecondazione assistita: «Il Vaticano cerca di indirizzare i politici affinché la norma giuridica si avvicini il più possibile alla norma morale, ma questo non è accettabile», ribatte lei. Che si definisce credente e non ci vede alcuna contraddizione: «Concepisco la fede come uno strumento di libertà. Per me essere credente è innanzitutto credere nella laicità dello Stato. Si può essere cattolici e partecipare ai funerali di Welby: in quella piazza c’era una profonda religiosità».

LEADER DI LUNGO CORSO

Resta da capire fino a che punto si spingeranno i Radicali: spaccheranno il centrosinistra, mettendo a repentaglio il governo pur di veder soddisfatte le loro richieste? «Non ci illudiamo che l’Unione abbia posizioni unitarie, ci sono minoranze di blocco in particolare nella Margherita. Ma proprio perché non ci siamo mai illusi, non saranno queste le ragioni che potranno farci ritirare l’appoggio al governo», rassicura pragmatica la Coscioni. Il che non significa rinunciare a possibili convergenze con pezzi del centrodestra, perché se la Finanziaria ha ricompattato gli schieramenti, il dibattito sui temi etici li spaccherà in modo trasversale e allora «cercheremo in Parlamento possibili maggioranze laiche e liberali. D’altronde vogliamo costruire l’alternanza per l’alternativa», sottolinea Maria Antonietta, che da soli tre mesi è presidente del partito ma parla come un leader di lungo corso. Ha raccolto l’eredità politica del marito (cui Magazine dedicò la copertina esattamente due anni fa) ma con dolcezza fa una precisazione che assomiglia a un sassolino tirato fuori dalla scarpa: «La mia candidatura, anche in Parlamento, non è stata una presa in carico della vedova, come avviene in altri partiti, e mi darebbe molto fastidio se qualcuno attribuisse il mio ruolo al fatto che sono stata la moglie di Luca. Prima che una vedova io sono una donna, con una sua individualità. Tutto quello che abbiamo fatto in questi anni è il frutto della combinazione di forze mie e di Luca. E questo Pannella l’ha capito subito».

Livia Michilli

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