«Quei miei 15 errori al test di Medicina Che c’entra il taoismo?»

Non so di cosa è morto Gandhi e me ne vergogno. Di questi tempi per fare il dottore lo si dovrebbe sapere, e anche chi ha scritto «Barbablu». Così era il test d’ingresso per la scuola di medicina fino a qualche anno fa. E il prossimo (che si terrà nei primi giorni di settembre) come sarà? A giudicare dall’«esercitatore prove d’ammissione accesso programmato» (http://www.universitaly.it/simulatore/home.php) non è cambiato molto.

Partiamo dalle domande di logica. Eccone una: «L’ipotesi di Ronald E. Smith è che studenti molto ansiosi, se ridono durante gli esami, hanno prestazioni più brillanti. In quelli meno ansiosi non funziona». Ci sono quattro possibili risposte. Quella giusta sarebbe «formulare le domande in termini umoristici non dà vantaggio a studenti poco ansiosi». Ma che logica c’è in tutto questo? La risposta è nella domanda.

E che dire dei taoisti e del significato della pratica meditativa fondata sulla respirazione profonda? C’è un brano di Pasqualotto che parla di sapori dell’aria e che mescola specchi d’acqua tranquilli col vuoto della respirazione profonda che non è fine a se stesso ma in funzione di un riempimento qualitativamente migliore. La risposta giusta è: «affollarsi di una molteplicità di stimoli sensibili e cognitivi non è condizione ideale per apprezzarne le rispettive qualità».

Ecco, io preferirei che chi vuol fare il dottore mi dica se secondo lui c’è un problema etico nell’impiegare cellule staminali embrionali per la ricerca, anche quelle che se no si butterebbero via. E se un ammalato grave ha il diritto di decidere come morire e quando? E se non lui, chi altro? Se mai più della dinamica del vuoto taoista, avrei chiesto qualcosa sul rapporto tra il pensiero di Galileo e i dogmi della Chiesa. Il futuro medico dovrebbe sapere cos’è il New England Journal of Medicine e il Lancet . Deve essere colto il medico, siamo d’accordo, ma se anche non sa che «piove su le tamerici…», il celeberrimo passo di d’Annunzio, è un’anafora, pazienza. Meglio sapere chi è il nuovo direttore del New York Times .

Sulla chimica me la sarei cavata con le nozioni del liceo, anche se ad indicare quale elemento non è «di transizione» fra ferro, cromo, arsenico, zinco e rame non ci sarei arrivato. Che per misurare la densità del sangue si possa usare una miscela di xilene e bromobenzene può darsi, ma chiedere al candidato quale tecnica sceglierebbe per misurare una cosa che non si misura mai è ridicolo. Perché non chiedere invece quanti bambini muoiono di morbillo al mondo (milioni o migliaia) e dove? E da dove è venuto il virus dell’Aids?
Io al candidato chiederei candidamente se fuma e quelli che fumano li lascerei fuori. In questo test non c’è nulla che aiuti a capire se il futuro medico saprà parlare con gli ammalati. All’Università della Virginia chi dimostra garbo e sensibilità e buon senso viene ammesso. Se no è fuori. Quando questi ragazzi saranno laureati gli interventi chirurgici li faranno i robot e il 90 percento della medicina sarà information technology. Già oggi i miei colleghi più giovani hanno tutto nell’iPhone, su queste tecniche non c’è nulla. E non c’è nemmeno una domanda d’inglese che da anni ormai è la lingua della medicina.
Quest’esame assomiglia moltissimo a quello che doveva essere l’esame di maturità di sessanta anni fa (ma Dante era guelfo di parte bianca, ndr ). Forse lo studente dalla memoria corta, promosso un po’ così dal maestro Giovanni Mosca nel suo libro «Ricordi di scuola», nella vita se la sarà cavata lo stesso. Mosca fu poi un grande giornalista del Corriere .

Quanto a me non so se l’avrei passato l’esame di ammissione, forse no, di domande ne ho sbagliate almeno quindici. E avrei dovuto rinunciare a tutto quello che ho avuto dal mio meraviglioso lavoro. L’essere vicino a tanti ammalati e guarirne qualcuno. E poi la ricerca, lo scoprire cose nuove e imparare a scriverle e l’emozione del primo lavoro sul Lancet e la telefonata di Jerry Kassirer che mi chiede di prendere il posto di Attilio Maseri nel comitato editoriale del New England Journal of Medicine , mi sentivo così piccolo per quel compito lì. Negli Stati Uniti pensano che bisognerebbe poterci parlare a chi vuol entrare a medicina, anche solo per qualche minuto. «Ma sono troppi, come fare in pratica?». Come fanno in Francia. Il primo anno entrano tutti, se ne perdessimo anche solo uno di quelli giusti perché non sapeva il sinonimo di impudente, saremmo colpevoli. Al secondo ci vanno solo quelli che hanno fatto bene il primo, a loro però ci si deve parlare davvero.

Fare il dottore è un po’ come fare il cuoco o guidare l’aereo, bisogna essere portati: chi è troppo introverso o troppo scontroso o troppo facile a seccarsi è bene che non ci provi nemmeno. E anche chi non è disponibile a studiare tutta la vita. Insomma, certi non vanno bene anche se sanno l’origine della tragedia greca. 

 

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