L’equilibrio tra consenso e scienza di qualità

Gli animali vengono oggi utilizzati nella ricerca scientifica per l’avanzamento delle conoscenze, per combattere le malattie, per garantire la sicurezza di uomini, animali e ambiente. Questi studi comportano la continua ricerca di un equilibrio tra benefici che ne derivano e necessità di minimizzare la sofferenza degli animali usati. Non sorprende, quindi, che le opinioni in materia siano fortemente polarizzate. Ricercatori, clinici, veterinari e settori crescenti dell’opinione pubblica sono favorevoli, poiché ritengono la sperimentazione sugli animali eticamente più accettabile che ignorare la sofferenza di bambini, uomini, e animali, a causa delle malattie. Chi si oppone, lo fa per ragioni etiche e sottolinea che esistono già metodi alternativi. Rispetto a opinioni così contrastanti, la nuova direttiva Ue 63/2010 stabilisce requisiti legislativi e linee guida tese a garantire il benessere degli animali, a ridurne l’uso nei protocolli sperimentali, imponendo tuttavia alla ricerca vincoli metodologici e burocratici che la rendono più costosa.

La direttiva europea è volta ad armonizzare l’uso degli animali nei vari Paesi europei e identifica nel principio delle 3R (Reduction, Refinement, Replacement) il punto di equilibrio tra scienza di qualità e benessere animale. Sebbene desiderabile, l’abbandono dell’uso degli animali a favore dei metodi alternativi rappresenta una prospettiva illusoria, non solo perché questi ultimi hanno prodotto protocolli limitati a pochissime applicazioni (essenzialmente test in vitro o su tessuti isolati), ma soprattutto perché la ricerca di base è stata e rimane l’arma principale contro le malattie. Tra i metodi alternativi invocati dalle associazioni animaliste, le tecniche di imaging nell’uomo restituiscono un’immagine statica della biologia degli esseri viventi, mentre i modelli computazionali rimarrebbero uno sterile esercizio matematico senza la validazione dell’esperimento di laboratorio, che rimane loro fonte di ispirazione e validazione.

Ma, soprattutto, l’uso degli animali è difficilmente eliminabile perché molte, variabili e in continua evoluzione sono le patologie umane, come ben sa chi abbia cognizione di storia della medicina e di dinamica delle popolazioni. Di fronte a un quadro in perenne mutamento e nel quale nuove patologie emergono, quelle esistenti si ripresentano spesso in forme diverse (Tbc, malattia da prioni, Sars), anche a causa dell’uso dissennato di antibiotici, e infine altre patologie ricompaiono a seguito di migrazioni o diversi costumi sessuali e rinunciare all’uso degli animali nella ricerca scientifica costituirebbe una resa senza condizioni alla malattia e sofferenza per milioni di persone. La riduzione del numero degli animali utilizzati (da 908 a 830mila in Italia nel periodo 2007-2009) costituisce un processo ancora in corso, ed è in gran parte frutto degli enormi progressi nei metodi di raccolta e analisi dei dati e nella loro condivisione (data sharing), già praticata presso importanti settori della comunità scientifica.

Quindi, la reduction (riduzione) è figlia del refinement (affinamento dei metodi di studio e del trattamento degli animali) praticato dalla ricerca, che da entrambi trae rigore e consenso da parte dell’opinione pubblica. In tutti i Paesi europei, l’opinione pubblica, se correttamente informata sull’uso degli animali e sui benefici per la salute è, in maggioranza, favorevole. In Italia, una ricerca Ipsos del 2012 smentisce le menzogne diffuse dalle associazioni animaliste (87% degli italiani contrari!) e mostra come, se informati correttamente, il 56% degli intervistati si dichiara favorevole, mentre i contrari scendono dal 39% al 24 per cento. La recente crescita di movimenti in difesa della ricerca e di chi la pratica nel nostro Paese, come Pro-Test Italia, contro l’emergere di una cultura e pratica della violenza da parte delle associazioni animaliste, come dimostrano i fatti di Green Hill e quelli gravissimi all’Università di Milano, sono segnali che testimoniano di un’avvenuta e crescente presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica e di settori del mondo scientifico, finora colpevolmente indifferenti.

Simili segnali vengono, anche a livello internazionale, dall’elevato numero di adesioni (circa 6.000) all’iniziativa della Basel Declaration Society (www.basel-declaration.org) contro i fatti di Milano. In conclusione, qualità della ricerca, benessere degli animali e consenso della pubblica opinione appaiono gli elementi costitutivi di quel concetto di equilibrio normativo cui si ispirano in Europa i sistemi legislativi più avanzati. Purtroppo, non sembrano esistere nel nostro Paese un pensiero politico e associazioni animaliste all’altezza di questa sfida. Infatti, il recepimento della direttiva, all’articolo 13 della Legge di delegazione comunitaria 2013, con l’introduzione del divieto dell’uso di cani, gatti e scimmie per la ricerca di base, le norme speciali per i modelli transgenici di patologie umane, la limitazione degli esperimenti senza anestesia, la messa al bando della ricerca su xenotrapianti e sostanze d’abuso, testimonia la sbalorditiva e colpevole assenza da parte delle maggiori forze parlamentari, di cultura scientifica. Queste norme, se recepite dal Governo, impediranno la ricerca su malattie e sperimentazioni di grande impatto sanitario ed economico.

Le società scientifiche e gli istituti di ricerca italiani solleveranno la procedura di infrazione in sede europea, in quanto queste nonne sono in palese violazione dello spirito e della lettera (articolo 2) della direttiva. Non stupisce, infine, come la stessa mancanza di competenza abbia potuto generare la legge che dà l’avvio alla sperimentazione, per la quale non esiste alcun presupposto scientifico, sul cosiddetto “metodo Stamina”. La superstizione, al posto della scienza, sembra costituire l’orizzonte culturale offertoci dall’attuale classe dirigente del nostro Paese.

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