LA SITUAZIONE. 32° SUICIDIO IN CARCERE

Carceri, giustizia e ambiente e come viene aggredito e massacrato, sono i temi della “situazione” di oggi.

Ieri la notizia che un detenuto di Catania Antonio Di Marco, si è tolto la vita con il gas di una bomboletta. Dall’inizio dell’anno, il dato è fornito dall’associazione “Ristretti Orizzonti”, sono ben 29 i detenuti che si sono tolti la vita; per altri tre decessi causati da inalazione di gas le intenzioni suicide sono dubbie: forse hanno utilizzato il gas come stupefacente, per cercare di “sballarsi”, un’abitudine piuttosto diffusa tra i tossicodipendenti in carcere; poi subentra l’arresto cardiocircolatorio che li uccide. A Catania negli ultimi cinque anni sono morti sette detenuti, quattro i suicidi. Negli ultimi dieci anni i suicidi salgono a 586 e a 1.688 il totale dei morti.

 

Le modalità con cui di Marco ha utilizzato il gas, coprendosi la testa con un lenzuolo, fanno pensare al suicidio. Era un piccolo boss di Bronte condannato per mafia. Non è il primo mafioso che si toglie la vita, cominciano a essere parecchi. Forse bisogna studiarli meglio, questi casi.

 

Ora a Napoli: un consigliere regionale, Corrado Gabriele e il garante dei detenuti Adriana Tocco hanno effettuato una visita nel carcere di Poggioreale. In particolare i reparti Firenze e Salerno.

In questo reparto, il Salerno, la conta dei detenuti ieri si è fermata a 423; le celle sono 68 le celle, una media di sei detenuti per cella, ma in alcune ci vivono in nove. Uno di questi detenuti, che si chiama Enzo al consigliere e al garante dei detenuti ha raccontato che devono fare i turni anche solo per stare in piedi.

 

Nella cella tipo è quasi tutto incastrato: ci sono i letti a castello, c’è qualche armadietto e sopra le conserve accatastate. Poi una piccola porta, un piccolo lavabo e dentro quella sorta di cucina, dietro una tendina c’è il water. In quel reparto niente docce, e a Poggioreale, anche in estate la doccia si fa due volte alla settimana. In giorni come questi è davvero l’ideale. “Di notte qui non si respira – racconta Enzo – Siamo nove in una cella, c’è una sola finestra e quando alle 21.30 chiudono la porta blindata si soffoca”. In nove in una cella, con un solo bagno e con uno scarico che spesso non funziona.

 

Una situazione definita “al limite dei diritti umani, condizioni disumane in particolar modo in alcuni padiglioni, nonostante la buona volontà e l’abnegazione delle guardie penitenziarie e di tutti i lavoratori del carcere e la grande esperienza del direttore”. La carenza di fondi per i servizi e per la manutenzione delle strutture e soprattutto il sovraffollamento, mettono a rischio la salute degli oltre 2.600 detenuti e rendono evidente la violazione dell’art. 27 della Costituzione in merito ai trattamenti contrari al senso di umanità e tendenti alla rieducazione del condannato. Questo nel resoconto fatto al termine della visita dal consigliere regionale e dal garante per i detenuti. Cose non nuove, per gli ascoltatori di questa radio, e che i parlamentari radicali hanno denunciato mille volte, ma che val la pena di ripetere ugualmente.

 

E allora: solo due ore negli spazi aperti per il passeggio, le altre 22 ore trascorse dai detenuti in una cella di 18 metri quadrati, poco più di due metri per persona, alcuni detenuti hanno gravi malattie altri sono in attesa di ricovero da molti mesi. Uno di questi detenuti si chiama  Giuseppe: è un giovane che da sette mesi attende il ricovero all’ospedale Cardarelli per una semplice stenosi uretrale, costretto nei pochi metri quadrati con un catetere da quasi 200 giorni”.

 

Bisognerà che i ministri della Salute Fazio e della Giustizia Alfano trovino un po’ del loro prezioso tempo per occuparsi di questa vicenda, e se non lo trovano loro, glielo faremo trovare.

 

A Rieti, ora: carcere definito all’avanguardia per oltre 300 detenuti, e potrebbe essere una preziosa boccata d’ossigeno, e alleviare il problema del sovraffollamento dei detenuti nel Lazio. Bene: questo carcere modello, attualmente è utilizzato a meno di un terzo delle sue capacità: cento i detenuti, 78 i posti, che, per dirla con il gergo burocratico, sono stati “attivati”.

 

Questa vicenda paradossale è denunciata dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni: la Casa circondariale di Rieti Nuovo Complesso, che si estende su un’area di 60.000 metri quadrati, ha tutte le carte in regola per essere un modello di istituto all’avanguardia visti gli spazi interni ed esterni destinati non solo ad accogliere 300 detenuti e detenute sia comuni che di alta sicurezza, ma anche idonei per attività di formazione scolastica, professionale e trattamentale. Dell’intera struttura, oggi è in funzione uno solo dei due padiglioni detentivi (la cui capienza è di circa 70 posti), che ospita oltre 100 detenuti in due sezioni di due piani; i reclusi sono stipati in celle singole o doppie che contengono quattro persone ognuna, comprese sei celle di isolamento. In queste condizioni le attività previste si svolgono nelle tre aule scelte per la didattica e in una stanza, in origine adibita ai colloqui con gli operatori, che attualmente funge anche da biblioteca visto che lo spazio per la biblioteca centrale, come altri spazi ricreativi, è inutilizzato. Nel padiglione ancora chiuso ci sono tre reparti, ognuno dei quali ospita tre sezioni suddivise in tre piani. Il campo da calcio è usato sporadicamente; il teatro è chiuso perché non in regola con le normative sulla sicurezza (fantastico! Una struttura dello Stato che viene realizzata senza osservare le norme dello stato stesso!), e la palestra è sprovvista di attrezzature. Dal punto di vista sanitario gli spazi destinati agli ambulatori e alla degenza non sono mai stati aperti per carenze di organico e di strumentazioni mediche.

 

“La situazione del carcere di Rieti è l’emblema di come funzionano le cose nel campo della detenzione in Italia”, dice il Garante. “La carenza di agenti di polizia penitenziaria e di fondi fa si che una struttura modello debba funzionare ad un terzo delle sue potenzialità”.

 

Ambiente ora; due iniziative dei parlamentari radicali, che ci vengono segnalate da Francesco Pullia, esempi di come i deputati radicali possono essere “usati” per cause giuste e forse non lo sono per come si potrebbe e dovrebbe.

 

Si tratta di un paio di interrogazioni, ma qui lascio la parola a Pullia: “un’interrogazione  al Ministro per la tutela dell’ambiente ed a quello per i rapporti con le regioni è stata presentata dalla parlamentare radicale Maria Antonietta Coscioni per sapere quali iniziative si intendano promuovere, sollecitare, adottare, di concerto con la Regione Umbria, le istituzioni e gli enti locali, per una tempestiva bonifica del fiume Chiascio dall’amianto che sconsideratamente è stato abbandonato sulle sue sponde e se non si ritenga necessario, opportuno e urgente avviare anche una campagna informativa capillare per informare i cittadini sui rischi dell’abbandono in ambienti naturali. Farina Coscioni chiede altresì se non si ritenga di dover individuare e approntare forme incentivanti, anche per i privati, allo scopo di favorire un corretto smaltimento dell’amianto e di altri materiali inquinanti e pericolosi.

 

La seconda interrogazione: “Avviare un’indagine, predisponendo una serie di analisi di controprova da affidare a enti diversi dall’Arpa” sul caso di Vascigliano di Stroncone. Lo chiede la parlamentare radicale Elisabetta Zamparutti che ha presentato un’interrogazione al Ministro dell’ambiente e della salute dopo che le ultime analisi dell’Arpa hanno rilevato valori di diossina sul suolo nella norma. Secondo Zamparutti la situazione di improvviso rovesciamento delle aspettative appare alquanto singolare se non addirittura sospetta “considerato che fino allo scorso aprile non vi erano dubbi relativamente all’inquinamento del suolo”.

E vedremo che tipo di seguito avranno queste due interrogazioni.

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