Fatto l’inganno trovata la legge

Colpirne tremila per educare 60 milioni di cittadini. Semplice, chiaro, lineare (reazionario e sadico) è il principio al quale si è ispirato chi ha ideato il disegno di legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), licenziato dalla Camera il 12 luglio. Tante sono in Italia le persone che si trovano in una situazione di stato vegetativo permanente (svp), secondo una stima approssimativa fornita dal ministero della Salute alla commissioni Affari sociali di Montecitorio. E tanti sono gli italiani, praticamente l’intera popolazione, al quale sarà precluso il diritto di veder riconosciuta la validità del testamento biologico regolarmente depositato presso il registro del ministero, in caso di malattia terminale.

Una legge infausta sotto ogni punto di vista: socio-politico, sanitario, giuridico. Che si inserisce a pieno diritto nel filone dei provvedimenti “truffa” varati dai diversi governi Berlusconi in ossequio ai dettami delle gerarchie cattoliche del Vaticano. Primo tra tutti, la legge 40 sulla Procreazione medicalmente assistita. Non a caso anche il ddl Calabrò nasce incostituzionale per la violazione palese di alcuni diritti fondamentali. Lo raccontano a left il giudice presso la Corte d’Appello di Milano, Amedeo Santosuosso e il medico anestesista e rianimatone all’Ospedale di Cremona, Mario Riccio (rispettivamente tra i fondatori della Consulta di bioetica e tesoriere della stessa), e Maria Antonietta Farina Coscioni deputata radicale e copresidente dell’Associazione Luca Coscioni.

«La preoccupazione principale che è alla base di questo ddl è quella di togliere valore alla volontà delle persone» spiega Santosuosso. «La scelta di parlare di “dichiarazioni” e non di “direttive” risponde a questo deliberato intento politico. Quindi, nel testo, prima si sposta tutto sul piano delle dichiarazioni, poi seguono i divieti che le imbrigliano. Si badi bene non vengono vietati degli atti, ma dei pensieri. Questo – precisa il giudice – è clamorosamente incostituzionale, perché viola l’articolo 21 sulla libertà di espressione». «La volontà delle persone diviene carta straccia» conferma Maria Antonietta Farina Coscioni.

«Non è una norma sul consenso informato, tantomeno sull’alleanza terapeutica e nemmeno sulle Dat. Porta un titolo che non corrisponde ai suoi contenuti col paradosso che esclude dalle dichiarazioni tutte le malattie terminali. Finendo con l’imporre la condizione di stato vegetativo laddove le dichiarazioni hanno valore solo a partire dalla condizione di morte corticale». Chi è che va in morte corticale? « Di certo non un malato di sla o di distrofia. Solo lo stato vegetativo». Il cerchio si chiude escludendo dalle Dat la “volontà” di non essere sottoposti ad alimentazione e idratazione artificiale. Come nel caso di Eluana Englaro, se non si stacca il sondino nasogastrico si rischia di passare anni nelle condizioni di un vegetale. «Chi ha scritto questa legge ha voluto tutelare le cliniche private che prenderanno in carico le migliaia di pazienti che si trovano nelle condizioni in cui versava Eluana» conclude la deputata radicale.

«Se alimentazione e idratazione artificiale non sono atti medici ma “sostegno vitale», il legislatore sta dicendo che chiunque può inserire il sondino nasogastrico nel paziente» osserva Mario Riccio e aggiunge: «Questo è uno dei motivi per cui se anche la legge fosse approvata in Senato non potrebbe essere applicata, perché scrivere i decreti attuativi è un’impresa impossibile. E l’emendamento relativo all’attività sottocorticale è talmente subdolo che fa sì che il diritto alla sospensione delle cure si possa applicare solo a casi come quello di Eluana Englaro». Non più di tremila, appunto. In barba all’articolo 3 della Carta che ci vuole tutti uguali di fronte alla legge. «Una norma così non esiste da nessuna parte al mondo» conclude il giudice Amedeo Santosuosso: «Fortunatamente il nostro sistema giuridico ha le sue complessità e quindi non resisterà al primo vaglio della Corte costituzionale. Perché non è opinabile che ognuno possa dichiarare ciò che vuole. Inoltre si viola l’autonomia della professione medica. La Consulta ha detto numerose volte in modo chiarissimo a partire dal 2002 che il legislatore non può dire ai medici come si esercita la loro professione».

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