Embrioni, la sentenza della Corte di Strasburgo non risolve il problema della pessima legge 40

C’è stata una fase nella passata legislatura, quando c’erano i parlamentari radicali, che la Camera dei deputati con la Xll commissione Affari sociali ha affrontato il dibattito su proposte di legge sulla destinazione degli embrioni crioconservati, tra adottabilità a fine di nascita e la donazione per la ricerca scientifica.

Sarebbe utile riproporre quel confronto anche alla luce della sentenza della Cedu, di qualche giorno fa.

È sempre buona regola leggerle nella loro interezza, le sentenze; spesso dicono “altro” da quello che si ritiene (o magari, più semplicemente, ci si augura).

Così nel caso della sentenza della Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo sul caso sollevato dalla signora Adele Parrillo, compagna di Stefano Rolla ucciso nell’attentato di Nassiriya, e degli embrioni che avrebbe voluto donare per la ricerca scientifica e non più realizzare il progetto genitoriale per il quale sono stati creati. Anche questo è un punto da non sorvolare oggi che una delle due persone di quel progetto è venuta a mancare.

Basandosi su quanto sopravvissuto della sgangherata legge ’40, alla signora Parrillo l’Italia ha vietato di dar seguito al nuovo suo proposito: donare per la ricerca scientifica gli embrioni creati nel 2002 con il compagno, e da allora crioconservati; così si è arrivati a Strasburgo.

Gli irriducibili sostenitori di questa legge parlano di “buone notizie da Strasburgo”: la Corte europea dei diritti umani avrebbe riconosciuto che la legge 40 non viola la Convenzione dei diritti umani quando vieta la ricerca che distrugge gli embrioni umani; così si arriva a sostenere che la sentenza di Strasburgo “riconosce lo status di soggetto all’embrione, proprio perché l’embrione è uno di noi e tutti noi siamo stati in un qualche momento della nostra vita embrioni”.
Siamo al puro dogma, completamente avulso dal testo e dalla sostanza della sentenza CEDU.

Cominciamo col sottolineare un dato incontestabile: la sentenza non entra nel merito della questione. Nel modo più assoluto. Inoltre si limita ad esaminare il singolo caso; al singolo, specifico caso si riferisce. Non fa “precedente”, non costituisce “esempio”.

Si può anche fare propaganda da un tanto al chilo, ma questa è la verità: la Corte di Strasburgo con la sentenza sul “caso Parrillo” si guarda bene dal pronunciarsi sull’utilità della ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali e tantomeno la vieta. E questo è bene.

È bene anche più in generale non dimenticare che accanto agli embrioni (non in stato di abbandono) di cui la signora Parrillo rivendica la proprietà ce ne sono almeno altri tremila che non sono stati impiantati e dichiarati in stato di “abbandono” nei vari centri di procreazione medicalmente assistita.

La questione verrà affrontata dalla Corte Costituzionale, che ha già dichiarato illegittime alcune parti considerate “capisaldi” della legge 40: il divieto di produzione di più di tre embrioni; l’obbligo contemporaneo di impianto di tutti gli embrioni prodotti; il divieto di fecondazione eterologa e di accesso alla diagnosi pre-impianto per le coppie fertili, ma portatrici di malattie genetiche.

Rimane, ora e ancora, sul tappeto la questione degli embrioni “abbandonati”, una situazione di “limbo” che in teoria può durare per un tempo indeterminato.

E qui emerge tutta l’insensatezza di questa legge: che consente, anzi, obbliga migliaia di embrioni criocorservati a restare in questa sorta di limbo; e può capitare, come è capitato, che alla fine vengano gettati, perché per incidente o altro sono venute meno le condizioni per la loro conservazione, e sono di conseguenza letteralmente marciti. La sperimentazione su linee cellulari di questi embrioni “italiani” è vietata. Viene invece permessa sulle linee cellulari provenienti da altri paesi europei…

È una questione, si dice, che la politica non può lasciare nelle sole mani della giurisprudenza; si può convenire, a patto che la politica si riveli finalmente capace di rispondere alle crescenti domande che vengono dal paese; al contrario sembra arroccarsi su “atti di fede” su cui lo stesso mondo cattolico, nella sua maggioranza, non si riconosce da tempo.

La classe politica, di governo e di opposizione, si guarda bene dal raccogliere le indicazioni e gli appelli che vengono dalla comunità scientifica; comunità che, appunto, rivendica il diritto alla libertà di ricerca: la sola che può assicurare progresso e soluzioni per le tante sofferenze di persone di nulla colpevoli, e che sono affette da malattie oggi inguaribili.

Per questo il neonato Istituto Luca Coscioni ha organizzato per il prossimo 25 settembre, con il Patrocinio della Camera dei Deputati – accordatoci da subito dalla Presidenza già dallo scorso giugno – un evento per il decennale della “Notte Europea dei Ricercatori 2015”, in collaborazione con il Consiglio italiano per le Scienze Sociali, il Dipartimento di Scienze sociali dell’Università di Napoli Federico II e il Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia Università La Sapienza di Roma; ci ritroveremo per una riflessione pubblica e un “dialogo” con giuristi, ricercatori, operatori del mondo dell’informazione e studenti.

Parteciperanno, tra gli altri, il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick; la direttrice del Dipartimento di Scienze sociali dell’Università Federico II di Napoli Enrica Amaturo, il professor di Fisiologia umana Roberto Caminiti della Sapienza di Roma, la vicepresidente del Consiglio Italiano per le Scienze Sociali Carla Rossi, il neurologo Mario Sabatelli dell’Università Cattolica di Roma, il professor di diritto civile Nicola Corbo del Consiglio Direttivo della Fondazione Istituto Superiore Studi Sanitari, i giornalisti Carmen Lasorella, Sabrina Giannini, Luca Landò, Luciano Onder, il direttore di Radio Radicale Alessio Falconio e lo scrittore Antonio Pascale.

È un appuntamento pubblico, importante, aperto a tutti, che intende promuovere la comprensione, la valutazione e la gestione delle sfide di carattere sociale, culturale e politico che segnano la nostra epoca; e naturalmente affronteremo anche le questioni relative alla procreazione assistita e a quel che sopravvive della legge 40, che tanti danni ha provocato e ancora provoca.

Oggi più che mai, siamo e vogliamo essere tutti “Luca Coscioni”. Perché nulla cambia e nulla tocca la sentenza della CEDU sul caso Parrillo.

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