Biotestamento e Comuni: favorevoli, contrari e in mezzo i pazienti

Manfredonia – “Non si è voluto dare la morte ad Eluana, si è soltanto posto fine al suo calvario e questo è un atto di misericordia, non un assassinio (…) parlare di omicidio è un’accusa gratuita, volgare e ingiusta. Non si è voluto dare la morte a questa giovane (…), l’alimentazione e l’idratazione artificiali sono assimilabili a trattamenti medici. E se una cura non porta a nessun beneficio, può essere legittimamente interrotta, questo non è omicidio”. Sono le parole pronunciate da Monsignor Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia, e riportate ieri, 7 febbraio 2010, in una lettera aperta di Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale e co-presidente dell’associazione Luca Coscioni. Gli ha fatto eco l’Arcivescovo Giancarlo Maria Bragantini, già impegnato nella denuncia della ‘ndrangheta quand’era a Locri, e inviato a guidare l’arcidiocesi di Campobasso: “Sono vicino a Peppino Englaro, che invece di ricorrere a sotterfugi è sempre stato corretto e ha creduto nella giustizia. Bisogna apprezzare la sua rettitudine (..) È stato grande nell’aver voluto una soluzione legale senza mai cercare scorciatoie sotto banco (…) Avremmo dovuto camminare più insieme alla famiglia Englaro, accompagnarla di più in questi anni”. “A un anno dalla morte di Eluana Englaro, – spiega Maria Antonietta Farina Coscioni sulla lettera aperta pubblicata su www.lucacoscioni.it- continua il cinico e volgare spettacolo di chi, in nome di una malintesa difesa della vita, in realtà vuole condannare ad agonie e sofferenze senza speranza anche chi chiede dignità e rivendica di poter decidere come e quando porre fine alla propria esistenza. Costoro, proprio in nome del loro rinnovato cinismo e della strumentalità che li caratterizza, non meritano risposta o replica. Gli italiani, come certificato da tutti i sondaggi demoscopici ed unanimi, hanno detto in modo inequivocabile e netto con chi sono in sintonia, se con Beppino Englaro, Luca Coscioni, Piergiorgio Welby, i radicali, o con questi penosi epigoni degli zuavi pontifici”. Ad un anno esatto dalla morte di Eluana Englaro, dopo uno stato vegetativo irreversibile che durava da 17 anni e 31 giorni, il tema della legge sul testamento biologico non cessa di provocare accesi scontri frontali tra fronti contrapposti. Con in mezzo i pazienti, che sono le uniche vere vittime coinvolte in un gioco al massacro che arriva a dibattere del tema con talk show tra opinionisti dell’ultima ora e starlette di turno. Nel frattempo è in corso uno studio nazionale, da un anno, su casi di pazienti in stato vegetativo, studio finanziato dal Ministero della Salute e coordinato dell’Istituto Besta di Milano. I dati raccolti, che saranno pubblicati quest’estate, riguardano non solo i 500 pazienti che si trovano in Italia nello “Stato Vegetativo o di Minima Coscienza” ma anche le 450 persone che si prendono cura di loro ogni giorno e le 75 distribuite in tutto il territorio nazionale.

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L’ISTITUZIONE DEI REGISTRI DA PARTE DEI COMUNI – Venendo a mancare una normativa specifica che regoli il testamento biologico è in crescita continua il numero di Comuni che decidono di “agire autonomamente”, in merito ad un tema “così pruriginoso”, spingendo pertanto i Comuni verso l’apertura di ‘registri autonomi’; registri dove chiunque è in grado di fornire delle sue indicazioni su come vorrebbe, o non vorrebbe, morire. Tra i comuni che hanno stabilito «un registro comunale delle Dichiarazioni anticipate di trattamento» si segnalano i casi di Firenze e Bologna, così come Pisa, Genova, La Spezia e Vicenza. La stessa determinazione nell’attuare il provvedimento c’ è stata in alcuni municipi di Roma in contrasto con quello che avviene in Campidoglio. Grazie a numerose diverse raccolte di firme, alle iniziative cd “dal basso” e alla militanza capillare, il registro dei Comuni è stato attuato anche a Cerveteri, Gradisca d’ Isonzo, Caserta, nella provincia di Cagliari, a Polistena e in altri paesi ancora. Delle iniziative autonome che si pongono pertano “in conflitto” rispetto a quanto sta accadendo invece nel Parlamento italiano, dove è attualmente in discussione un disegno di legge che, anche se approvato, avrebbe una “efficacia sufficientemente relativa”. Il biotestamento? ”Sara’ pronto entro l’estate”, ha assicurato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.”Ci sono tutti i presupposti per l’attuazione” ha confermato ancora il ministro a quanti gli hanno chiesto se ci sarà, o meno, una “convergenza” anche da parte dell’opposizione. “Io so che ogni volta che su questo argomento si sia votano segretamente – dice Sacconi – il consenso è stato ancora più’ ampio, specie da parte della maggioranza.Se possibile – ha aggiunto Sacconi- spero ci siano i voti segreti”. “Se passasse una norma del genere, in pratica verrebbe varata una legge contro il testamento biologico”, ha commentato Marco Cappato, segretario dell’associazione “Luca Coscioni”. “Dal punto di vista giuridico invece dopo la sentenza Englaro il testamento biologico è già inoppugnabile e i Comuni che acconsentono all’istituzione dei registri offrono soltanto un servizio per così dire aggiuntivo. Se passasse una legge di tal genere ci saranno, con certezza, un migliaio di ricorsi”. Secondo Livia Turco, capogruppo Pd in commissione affari sociali della Camera, la destra italiana continuerebbe, in questo modo, a “negare l’autodeterminazione ai pazienti, ma anche ai suoi parlamentari. Nella seduta della commissione Affari sociali alla Camera la maggioranza ha proseguito infatti con l’atteggiamento di arrogante chiusura per imporre per legge l’accanimento terapeutico senza ascoltare le nostre proposte”, ha detto Turco. In base ad un recente studio sembra però che due italiani su tre abbiano invece le idee più chiare, sul biotestamento, rispetto ai loro rappresentanti di Governo. Mentre in Parlamento infuria infatti la discussione su come, e quando, regolare le disposizioni sul fine vita, un’indagine dell’Osservatorio Scienza e Società di Observa, pubblicata il 10 Ottobre 2009 su il Sole 24, ha confermato come il 66% degli italiani sarebbe in grado di definire con sicurezza cosa sia il testamento biologico. La percentuale delle risposte corrette sale addirittura al 92% nel caso dei laureati. Oltre un italiano su due (51%, rispetto al 58% del 2005) ritiene che nel caso di gravi malattie senza speranze di guarigione e con perdita di coscienza da parte del paziente, spetti allo stesso individuo la comunicazione di indicazioni preventive sulle cure da ricevere. Il 31% degli intervistati pensa invece che questa decisione spetti invece al parente più prossimo mentre il 13% delega la responsabilità al personale medico relativo (il 9% nel 2005). Tra chi propende per il diritto del paziente di indicare, attraverso il testamento biologico, i trattamenti ai quali essere sottoposto, l’80% avvalora invece la facoltà di decidere se rifiutare, o meno, farmaci o terapie (80%); il 73% quella di rifiutare il cibo o l’acqua per via artificiale, o al contrario di chiedere di essere mantenuto in vita con ogni mezzo possibile (64%). “L’aumentata sensibilità per questi temi non è un peculiarità nazionale e non è riconducibile a una particolare riflessione sui temi medico-scientifici – osserva Massimiano Bucchi, coordinatore dell’indagine e docente presso l’Università di Trento – ma fa parte di un processo di autodeterminazione dell’individuo che vuole un maggiore controllo sulla sua sfera individuale comune a tutte le società sviluppate”. L’aspetto più surreale della vicenda è, per concludere, quello che mentre fino a poco tempo fa era a discrezione degli interessati alla patologia (vale a dire pazienti, famigliari e medici), stabilire sistematicamente il decorso finale di una malattia incurabile, negli ultimi tempi si è invece insinuato una sorta di “Grande Fratello” mediatico, un occhio vigile su tutto che pretenderebbe infatti di stabilire a tavolino delle scelte personali così difficili e sofferte.

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