Aborto, ora ci prova anche Roccella

Dopo la bocciatura delle linee guida di Formigoni da parte del Tar

Aborto, ora ci prova anche Roccella

di Beatrice Macchia

Quelle linee guida non guidano un bel niente. Anzi fanno andare a sbattere. Checché ne dica il presidente della Lombardia Roberto Formigoni, infatti, la sentenza del Tar che ha giudicato «illegittima l`intera disciplina impartita dalla regione» in materia di legge sull`aborto mette un punto fermo, anzi due. Il primo: che «sarebbe del tutto illogico permettere che una materia tanto sensibile possa essere disciplinata differentemente sul territorio nazionale, lasciando che siano le regioni a individuare le condizioni per l`accesso alle tenciche abortive»; il secondo, che fissando propri “paletti”, la Lombardia «contravviene alla chiara decisione del legislatore nazionale (non frutto di una svista, ma al contrario scelta precisa, consapevole eponderata) di non interferire in un giudizio volutamente riservato agli operatori», anche per «non imbrigliare in una disposizione legilsativa parametri che possono variare a seconda delle condizioni sempre diverse» e «del livello raggiunto dalle acquisizioni scientifiche e sperimentali in un dato momento storico».

Come si ricorderà, la regione Lombardia nel 2008 aveva messo a punto nuove linee guida per l`applicazione della legge 194 nelle strutture sanitarie lombarde. In base ad esse, si stabiliva che l`interruzione volontaria di gravidanza non potesse essere effettuata oltre la ventiduesima settimana e tre giorni di gestazione, tempo dopo il quale vi è la possibilità di vita autonoma del feto. Non solo. L`aborto tera- peutico poteva essere eseguito solo dopo l`accertamento dei gravi motivi psichici attraverso una consulenza psicologica/psichiatrica obbligatoria, mentre il ginecologo doveva avvalersi di altri specialisti. Una iniziativa che secondo Formigoni non era «in contraddizione con la legge 194, anzi diventeremo un modello per il resto dell`Italia». Non è stato propriamente così. Prima c`è stato il ricorso di otto medici con la Cgil della Lombardia, che faceva leva sull`articolo 117 della Costituzione che riserva allo Stato la competenza di legiferare sui livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale. Ora l`intervento del Tar che annulla integralmente quella delibera (del gennaio 2008). E con essa cadono anche altre infamie contenute nelle linee guida, come per esempio l`istituzione di un registro regionale in cui confrontare la diagnosi prenatale con l`accertamento sul feto abortito e la presa in carico della donna da parte dei servizi sanitari. Insomma, tutte quelle procedure fatte apposta per scoraggiare, intimidire, colpevolizzare. Formigoni tira dritto e attacca frontalmente il Tar. Come Berlusconi quando dice che i giudici «sono tutti comunisti», così il presidente della Regione, furibondo, accusa il tribunale regionale di avallare «una deriva abortista», mentre la sentenza sarebbe «antiscientifica e anticlinica». In ogni caso, assicura il presidente, «tutto rimane come prima negli ospedali lombardi. Tali pratiche sono già state adottate spontaneamente da anni dai ginecologi negli ospedali lombardi e continueranno a essere utilizzate». E gli dà man forte, manco a dirlo, la pa- sdaran antiabortista nonché sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, che subito ne approffita per ribadire che ora «diventa urgente porre il problema di una regolazione a livello nazionale, ed è questo che il Ministero della Salute farà, proponendo subito alle regioni un accordo vincolante su questo specifico punto».

Di tutt`altro avviso, ovviamente, Silvio Viale, presidente di Radicali Italiani, noto per avere introdotto la RU486 in Italia: «Che le Regioni non possano imporre limitazioni della legge era evidente. Come è altrettanto evidente che i singoli medici non possono opporsi alle imposizioni di direttori generali e direttori sanitari, se non sostenuti. La sentenza del Tar della Lombardia ha aggiunto – è soprattutto una lezione per Cota, Zaia e Polverini, ma non basta. Occorre una programmazione che garantisca un numero sufficiente di aborti (sufficiente per numero, quantità e qualità) nei principali ospedali di ogni regione, fissando le quote di medici non obiettori da garantire mediante la mobilità, come è previsto dalla legge 194 del 1978». «A suo tempo avevamo debitamente avvertito con interrogazioni – concorda la deputata radicale del Pd Maria Antonietta Farina Coscioni che era inaccettabile che una materia così delicata come l`aborto potesse essere disciplinata differentemente sul territorio. Alle nostre interrogazioni e ai nostri atti parlamentari non è mai stata data risposta, comportamento usuale per un governo “latitante”; così abbiamo dovuto attendere tre anni e l`intervento del Tar che finalmente ha ripristinato legalità e buon senso».

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